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INTERAZIONE MEDICI-INDUSTRIA FARMACEUTICA

La Dottoressa Gaia S. Panina, MD Chief Scientific Officer Medical Department Novartis Farma S.p.A., nostra iscritta, scrive a questo Ordine in  relazione ad un articolo comparso sull’ultimo numero di BresciaMedica dal titolo “Il rapporto con l’industria farmaceutica. Liason dangeureuse?” a firma di Danilo Di Diodoro e di Roberto Satolli.
Volentieri pubblichiamo il punto di vista della Dottoressa Panina.
E’ del tutto condivisibile che l’industria giochi “un ruolo chiave nel portare conoscenze scientifiche ed elevare standard operativi dei ricercatori attraverso la ricerca clinica” ma è altrettanto del tutto vero che specie un Ordine professionale non debba ignorare che esistano molte situazioni di conflitto di interesse.
Attendiamo i Vostri commenti del tutto utili al dibattito sul tema.

Il Presidente: Dott. Ottavio Di Stefano

settembre 2013

Iscritta all’Ordine dei Medici di Brescia dal 1990 (fatta eccezione per una breve parentesi  presso l’Ordine dei Medici di Roma dove mi aveva condotto la mia vita professionale) leggo sempre con interesse la rivista Brescia Medica. Trovo infatti che essa tratti con semplicità e chiarezza temi rilevanti per la classe medica e mi consente di rimanere informata sulle evoluzioni del panorama sanitario della città dove mi sono laureata e specializzata.

Sul numero del trimestre maggio-giugno-luglio 2013 ho letto il “punto di vista” di Danilo Di Diodoro e Roberto Satolli intitolato “Il rapporto con l’Industria: liason dangeureuse?” e ho ritenuto opportuno rispondere con il mio “punto di vista” in considerazione della mia personale esperienza professionale.

Quattordici anni fa, dopo quasi 10 anni di pratica clinica, ho fatto la scelta meditata e consapevole (e non una seconda scelta) di iniziare il mio percorso professionale nell’industria farmaceutica. Avevo avuto la fortuna fino ad allora di combinare la pratica clinica ad attività di ricerca clinica e di avere collaborato fattivamente con le Direzioni Mediche di diverse aziende farmaceutiche per la definizione e la conduzione di protocolli clinici che con i loro risultati potessero contribuire all’avanzamento delle conoscenze scientifiche e quindi  al miglioramento delle prospettive per i pazienti.  La mia scelta è stata guidata (e convalidata nel tempo) dall’avere conosciuto nell’industria grandi ricercatori che hanno contribuito alla mia formazione insegnandomi che la qualità delle nostre conoscenze è basata sulla rilevanza scientifica dei quesiti che ci poniamo nel disegnare gli studi clinici, sulla correttezza metodologica degli studi e sulla prerogativa irrinunciabile della loro eticità.  

 

Secondo l’ultimo rapporto nazionale dell’Osservatorio Sperimentazioni Cliniche (La Sperimentazione Clinica dei Medicinali in Italia, 11° Rapporto Nazionale  2012), le aziende farmaceutiche promuovono oltre il 60% della ricerca clinica in Italia. Attraverso questa attività, l’industria farmaceutica contribuisce ad apportare competenze cliniche e metodologiche per generare ipotesi valide e disegnare studi che diano le risposte che servono. L’industria sostiene inoltre la ricerca finalizzata (profit) e la ricerca indipendente (non profit). Nonostante questo rappresenti a tutt’oggi un dibattito aperto, ritengo che anche attraverso tale modalità di interazione medici-industria farmaceutica ci siano spazi importanti per la formazione e la garanzia di standard di eccellenza qualitativa dei clinici e dei ricercatori, con il fine ultimo del miglioramento della pratica clinica.

Gli interventi formativi promossi dall’industria farmaceutica attraverso la sponsorizzazione ed il supporto della ricerca clinica, vengono troppo spesso sottovalutati, non tenendo conto che le interazioni in materia di ricerca clinica sono sempre definite da contratti che salvaguardano la proprietà intellettuale dei dati e che regolamentano le possibilità di intervento dell’industria sulla pubblicazione nel caso della ricerca finalizzata ed indipendente.

Per quanto riguarda la disponibilità per medici e ricercatori dei dati utilizzati per la registrazione dei farmaci, nel riconoscere la necessità di una normativa che la regolamenti, in particolare nel rispetto della privacy del paziente e dell’integrità del sistema regolatorio,  riporto che sia EFPIA, The European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations  sia PhRMA, The Pharmaceutical Research and Manufacturers of America, hanno recentemente (luglio 2013) rinforzato la propria volontà ed impegno al miglioramento della salute pubblica attraverso i “Principles for Responsible Clinical Trial Data Sharing: Our Commitment to Patients and Researchers.” Le aziende pubblicano già consistentemente i risultati delle proprie attività di ricerca, collaborano con ricercatori universitari e condividono le informazioni relative agli studi clinici in database pubblici. Attraverso i recenti principi sopra riportati, le aziende si impegnano a rendere disponibili al pubblico, ai pazienti che vogliono partecipare agli studi clinici e ai ricercatori qualificati una quantità significativamente maggiore di informazioni.

In conclusione, ritengo che Di Diodoro e Satolli abbiano fornito nel loro “punto di vista” una visione riduttiva del rapporto dei medici con l’industria farmaceutica dei tempi moderni. Tale liason, oltre a non poter essere considerata dangeureuse, dovrebbe anzi essere rivista come produttiva ed efficace nell’ottica del miglioramento delle conoscenze scientifiche e delle opportunità  terapeutiche per i pazienti. L’interazione medici-industria farmaceutica non può essere vista nella sola logica dettata da superati clichè di investimenti finalizzati all’influenza delle abitudini prescrittive. L’industria gioca un ruolo chiave nel portare conoscenze scientifiche e nell’elevare gli standard operativi dei ricercatori attraverso la ricerca clinica. In tempi di risorse limitate e di spending review, l’industria riconosce che deve costituirsi parte attiva del “sistema”, impegnandosi a portare sul mercato farmaci realmente innovativi, più efficaci e più sicuri di quelli esistenti, per rispondere a bisogni terapeutici ancora insoddisfatti e di rilevanza clinica. Nella logica dell’ essere parte del “sistema” anche le attività di informazione e formazione scientifica vengono a rappresentare la modalità per promuovere l’appropriatezza prescrittiva in quanto valore per l’individuo, sociale ed economico.    

Gaia S Panina, MD
Direttore Medico, Novartis Farma, Italia